L’essere umano è profondamente connesso alla natura.
Anche se molte persone non vivono a diretto contatto con essa, il loro organismo funziona secondo le stesse leggi alle quali risponde l’intero ecosistema della Terra, proprio perché tutti gli esseri viventi sono completamente immersi in questo ecosistema, in ogni istante della loro vita.
Tutto ciò non era sfuggito ai nostri avi, che, osservando la realtà a loro vicina, il bosco, avevano compreso quali straordinarie analogie ci fossero tra l’uomo e le piante, tra l’uomo e l’ecosistema del bosco. Riuscivano quindi, tra le altre cose, a riequilibrare il loro organismo e alleviare molte patologie utilizzando parti di alberi e di arbusti. Più recentemente, gli studiosi hanno confermato scientificamente le intuizioni degli antichi e poi ampliato le possibilità di cura.
Se si studia l’azione delle piante sulle componenti essenziali delle proteine del siero umano, infatti, si resta colpiti dal parallelismo tra l’evoluzione del bosco e l’evoluzione delle proteine nella specie umana. Alle variazioni patologiche di queste proteine nel siero umano, corrispondono altrettante e analoghe variazioni vegetali e del terreno del bosco.

Pol Henry è considerato il padre di questi studi sulla corrispondenza uomo-bosco perché fu anche il primo a studiare e a utilizzare le gemme delle piante e tutti i tessuti meristematici della pianta, cioè i tessuti più giovani e in crescita, invece che altre parti adulte.
Nella storia evolutiva del bosco, vediamo che per prima cresce la Betulla e colonizza i suoli incolti, formando più humus, mentre successivamente cresce l’Ontano, che predilige e modifica i suoli umidi.
L’Olmo e il Tiglio, più esigenti riguardo alla natura del suolo, giungono più tardi, per acidificare il terreno.
Per ultimi, il Faggio e l’Abete preparano il terreno ai Rovi e alle piante spinose.
La fine del bosco è rappresentata dal Lampone, dal Rovo e dall’Erica.
Mediante gli studi comparativi si è confermata questa straordinaria analogia: le piante che creano più humus, cioè la Betulla e l’Olmo, assomigliano, nella loro azione, al tipo di proteine umane che aumentano in caso di infiammazione acuta, mentre il Rovo e l’Erica che segnano la fine del bosco, rappresentano la degradazione e la degenerazione dei tessuti in caso di infiammazione cronica.
L’essere vivente, quindi, conserva nel proprio siero sanguigno l’impronta dell’humus dal quale si è formata la pianta corrispondente.
Inoltre, si è scoperto che nell’organismo umano, queste piante agiscono in sinergia, esattamente come nel bosco.
Pertanto, le piante che crescono in simbiosi nel bosco, agiscono insieme per modificare le proteine alterate nel siero umano in caso di patologia, così come modificano il terreno nel quale vivono.
Un ‘altro aspetto interessante è quanto la vita stessa della pianta influisca sulla qualità dei suoi tessuti, meristematici e non, e sul loro utilizzo.
La quasi totalità dei principi attivi di una pianta, è costituito da sostanze che essa utilizza come segnali attraverso i quali “comunica” con le altre piante dell’ecosistema.
Una pianta che cresce in una monocoltura è privata della possibilità di interagire con altre specie e pertanto produce principi attivi in minore quantità o comunque di scarsa qualità energetica.
Prodotti ottenuti a partire da piante spontanee, che hanno vissuto in un ecosistema naturale, che hanno “comunicato” e che hanno interagito a livello chimico con altre specie, sono molto più efficaci e più attivi nell’organismo umano rispetto a quelli ottenuti a partire da piante coltivate in monocoltura.
Delle 600.000 specie vegetali presenti sul nostro pianeta, solo il 5% è stato studiato dal punto di vista farmacologico.
Autore: Lucia Giachetto, naturopata e riflessologa plantare www.riflessologialuciagiachetto.it
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